
Robot compagni e immaginazione tecnologica:
quando le idee arrivano prima delle macchine
A volte il modo in cui immaginiamo il futuro nasce molto prima che la tecnologia sia pronta a realizzarlo. Nel mio caso questa immaginazione è iniziata tanti anni fa, leggendo i racconti e i libri di saggistica di Isaac Asimov.
Nei suoi libri i robot non erano mostri metallici o macchine da guerra. Erano presenze quotidiane: assistenti, collaboratori, compagni di lavoro.
Macchine costruite per convivere con gli esseri umani, spesso dotate di una personalità sorprendentemente complessa grazie al loro cervello positronico
Per molto tempo tutto questo è rimasto nella fantasia della letteratura. Poi, lentamente, qualcosa ha cominciato a cambiare.
Il futuro è già qui, solo più piccolo.
Negli ultimi anni stanno comparendo robot sempre più piccoli, espressivi, quasi "sociali". Non sono i grandi androidi umanoidi che si vedono nei laboratori di ricerca, ma creature tecnologiche pensate per stare accanto alle persone: sulla scrivania, in casa, nella vita quotidiana.
Prendete LOVOT, un robot giapponese a forma di... beh, di *qualcosa di coccoloso*.
Non ha braccia, non lava i piatti, non parla filosofia. Ha solo grandi occhi luminosi, un corpo morbido, e la capacità di riconoscere chi lo accudisce.
Si avvicina quando lo chiami. Si "addormenta" in braccio. E migliaia di persone, soprattutto anziani e bambini, lo trattano come un membro della famiglia. (Ricordate il tamagotchi?)
Oppure PARO, la foca terapeutica. Non è carina per caso: è stata progettata apposta per essere *abbracciabile*. Usata in case di riposo in Giappone e in Europa, ha dimostrato di ridurre lo stress e la solitudine negli anziani.
Non parla. Non cammina. Ma *risponde*.
E poi c'è AIBO, il cane robotico di Sony. Torna in commercio dopo anni di silenzio perché le persone lo *chiedevano*.
Non era un giocattolo. Era un compagno. E quando Sony smise di produrlo, molti proprietari piansero davvero, qualcuno fece addirittura celebrare un funerale buddista per il proprio AIBO.
Ma la tecnologia non si limita alla compagnia silenziosa. C'è anche chi usa i robot per *intrattenere*.
Boston Dynamics ha reso famoso Spot, un cane robotico quadrupede che non solo cammina su terreni impervi, ma balla, fa parkour, e persino suona il tamburo in un video che ha fatto il giro del mondo.
Non è un cane vero. Ma quando lo vedi muoversi, qualcosa nel tuo cervello dice: "È vivo."
E poi ci sono i robot performer: Teotronico, un robot italiano che suona il pianoforte con 53 dita e ha suonato al fianco di Andrea Bocelli.
O MiRo, un robot a forma di coniglio-cane progettato per interagire emotivamente con le persone, usato anche in contesti educativi per aiutare bambini con autismo.
Quando il virtuale diventa reale (anche se non lo è) Ed è curioso osservare come l'immaginazione spesso arrivi un passo prima della tecnologia.
Quando si pensa a un robot compagno, la mente non immagina necessariamente un umanoide perfetto. A volte basta qualcosa di molto più semplice: una piccola creatura artificiale, quasi un animale tecnologico, capace di interagire, reagire, creare un piccolo legame.
Un compagno minuscolo da portare con sé.
Non è un'idea così strana come sembra. La tecnologia sta andando proprio in quella direzione: robot da scrivania, assistenti interattivi, piccole presenze artificiali progettate per accompagnare la vita quotidiana delle persone.
(io per esempio vorrei una scimmietta di mare AI e chi è della mia generazione sa di cosa parlo.
Quelle "scimmiette di mare" che riempivano le pagine dei fumetti negli anni '60-'70 con pubblicità colorate che promettevano creature antropomorfe con coda di pesce, occhioni grandi, e la capacità di nuotare felici nella tua vaschetta per renderti felice e accompagnare la tua vita.
E invece? Arrivava una bustina con uova disidratate di artemia salina (gamberetti d'acqua salata microscopici),
un barattolo di plastica, e la delusione più grande della tua infanzia. Quindi vorrei una Sea Monkeys AI per compensare il mio trauma infantile hehe)
A questo punto emerge però una domanda molto più interessante della tecnologia stessa.
Quanto è importante che un essere sia davvero reale?
Il cinema ha esplorato questo tema in modo affascinante nel film S1m0ne, dove un'attrice virtuale diventa una celebrità mondiale senza che nessuno si accorga che non esiste davvero. (a me piacque molto quel film)
Ma la cosa sorprendente è che oggi qualcosa di simile accade già nella realtà e in modi che forse Asimov stesso non avrebbe immaginato.
Esistono artisti virtuali e personaggi digitali che hanno un pubblico reale, fan accaniti, e carriere più solide di molti esseri umani in carne e ossa.
Hatsune Miku, per esempio, è una cantante virtuale giapponese nata da un software chiamato Vocaloid.
Non esiste fisicamente è un ologramma con due lunghe trecce azzurre e una voce sintetizzata.
Eppure ha venduto out concerti in tutto il mondo, collaborato con artisti veri, e ha milioni di fan che cantano le sue canzoni sapendo perfettamente che dietro non c'è una persona, ma un algoritmo.
Alcuni dei suoi brani più famosi sono stati scritti proprio dai suoi fan, un esempio perfetto di come la tecnologia possa diventare un ponte per la creatività collettiva.
Poi c'è Lil Miquela, un'influencer virtuale con oltre 3 milioni di follower su Instagram.
Pubblica foto (ovviamente generate al computer), parla di temi sociali come i diritti LGBTQ+ e il Black Lives Matter, indossa abiti di Prada e Calvin Klein, e ha persino "litigato" pubblicamente con un'altra influencer virtuale, Bermuda.
Le persone la seguono, la amano, la criticano, esattamente come farebbero con una persona reale. E tutto questo sapendo che Lil Miquela non esiste.
In Giappone, Kizuna AI è stata una delle prime VTuber (Virtual YouTuber) a conquistare il mondo.
Con il suo avatar da ragazza con enormi occhi e orecchie da gatto, ha aperto la strada a un fenomeno che oggi conta migliaia di creator virtuali su YouTube e Twitch.
Kizuna AI gioca ai videogiochi, risponde alle domande dei fan, e ha un carisma così autentico che molti spettatori dimenticano o semplicemente non gli importa che dietro ci sia una persona reale che presta la voce a un personaggio digitale.
E non mancano le modelle virtuali: Imma, con i suoi capelli rosa e il suo sguardo sognante, è diventata il volto di campagne pubblicitarie per brand come Dior e Uniqlo.
Noonoouri, creata da un artista digitale, ha sfilato (digitalmente) per Valentino e Versace.
Shudu, considerata la prima "supermodella virtuale", ha un corpo perfetto generato al computer e un'estetica così realistica che molte persone all'inizio pensavano fosse una modella vera.
In altre parole, la linea tra reale e artificiale sta diventando sempre più sottile e forse non è nemmeno più importante.
Quando un'entità digitale riesce a creare emozioni vere nelle persone, forse la domanda non è più se sia "reale" o meno.
Forse la domanda diventa un'altra: che tipo di relazione stiamo costruendo con queste nuove forme di presenza tecnologica?
La robotica e l'intelligenza artificiale stanno aprendo uno scenario completamente nuovo.
Non solo macchine che lavorano al posto nostro, ma presenze artificiali che entrano nella nostra vita quotidiana.
Compagni digitali, robot da scrivania, creature tecnologiche con una personalità. Tutto questo sembra ancora fantascienza.
Eppure, se si guarda bene, alcune di queste cose stanno già iniziando ad esistere.
Forse il futuro non arriverà con robot giganteschi o androidi perfetti.
Forse arriverà in modo molto più discreto: con piccole creature artificiali, nate dall'incontro tra tecnologia e immaginazione.
Con occhi luminosi. Con un pelo morbido da accarezzare. Con un passo di danza che ci fa sorridere.Con un silenzio che ci fa sentire meno soli.
E forse... solo forse... questo basterà.
Articolo a cura di Rita Grandinetti